di Roberto Codazzi È nato a Busseto ma si definisce cremonese d’adozione, perché sotto il Torrazzo ha frequentato il liceo Manin, ha fatto musica con le prime band, ha coltivato il feeling artistico con la grande Mina, per la quale ha scritto alcune delle sue canzoni più belle. E una volta lasciata l’Italia per gli States, ha collaborato con le più grandi star, compreso il ‘Re del Pop’, Michael Jackson. Non potevamo non chiedere a Beppe Cantarelli una sua testimonianza sul grande quanto controverso artista. Quando e come ha conosciuto Michael Jackson? «Nell’estate del 1982 partecipai al tour di Quincy Jones come chitarrista solista. Era il mitico Budweiser Tour ’82 dove, nello stesso spettacolo, ogni sabato in uno stadio di una città diversa degli Stati Uniti, si riunivano artisti quali appunto Quincy e la sua Band, Aretha Franklin e Stevie Wonder. Staff Like That era il brano che chiudeva il nostro set e dal momento che nella versione discografica di Quincy Jones il cantante interprete era lo stesso Michael Jackson — e vista la collaborazione dei due artisti che proprio in quei mesi stavano ultimando le registrazioni dello storico Lp Thriller — Michael suggerì alcune coreografie per tutti noi musicisti da eseguirsi mentre sfilavamo, cantando e suonando unplugged, sul fronte del palcoscenico durante l’uscita finale. Michael stesso cantò ed eseguì il brano con noi in diverse circostanze. Inoltre l’allora mia moglie Patrice Whited, ballerina e coreografa, aveva collaborato con Michael in diverse trasmissioni televisive quando lui era ancora con i Jackson Five». Come considera professionalmente e umanamente il ‘fenomeno’ Jackson? «Un artista che ha raggiunto livelli di notorietà e di successo commerciale come Michael, è chiaro che a un certo punto ha trovato la ‘formula vincente’, e il sottoscritto ha avuto la fortuna di conoscere e collaborare con lui proprio nella fase più felice della sua carriera, che credo abbia coinciso con la fase più felice della sua vita». Poi cos’è successo? «A mio avviso non è una coincidenza che creatività e successo di Jacko abbiano iniziato a incrinarsi quando egli ha interrotto la collaborazione con Quincy Jones, un Produttore con la ‘P’ maiuscola e per lui anche una figura paterna. Quando questa figura di ‘padre-mentore’ è venuta a mancare e tutta una serie di accondiscendenti collaboratori, i cosiddetti ‘yes-men’, si è venuta a installare nella vita artistica e personale di Jacko, si è venuto a creare un pericolosissimo vuoto nella vita di un artista che aveva avuto dei problemi esistenziali di gioventù, praticamente dedicata solo alla professione musicale, ma che non riusciva a rinnovarsi artisticamente e quindi a crescere in modo sano. Questo è stato il baratro in cui egli è caduto e che ha finito con l’inghiottirlo». Quindi una crisi creativa è il vero motivo del declino del ‘Re del Pop’? «Sì, creativa, ma che è indissolubilmente legata alla crisi esistenziale: quando un artista perde l’amore per la musica perde anche l’amore per la vita. E viceversa». Cosa pensa delle accuse di pedofilia e dei vari scandali che hanno riguardato Jacko? «Sia io sia la mia ex moglie Patrice, così come tutti i grandi artisti che hanno collaborato con Michael, compreso lo stesso Quincy Jones, siamo uniti nell’affermare che è praticamente ‘impossibile’ che egli abbia anche solo lontanamente abusato o importunato sessualmente i minori. Questo perché Jacko era un cosiddetto ‘asessuato’, noi in Italia diciamo ‘del sesso degli angeli’, una persona molto dolce ed estremamente sensibile ma priva non solo di un orientamento sessuale ma anche del più basilare istinto». Ha un aneddoto che le piace ricordare di Jacko? «Più che un aneddoto un fatto: un mio brano, che Quincy Jones aveva già scelto, intitolato Just Another Night In L.A., stava per entrare nello storico album Bad, poi tra Michael e Quincy sono iniziati i primi dissapori e non se n’è fatto nulla. Peccato».